Umanesimo.com

Umanesimo.com è stato un sito Internet, ideato e curato per alcuni anni da Giuseppe Scuto. 

 

Intorno alla redazione di questa pagina si è formato un vero e proprio circolo culturale che per molto tempo è stato attivissimo e vivacissimo e che ha costituito per me, insieme con scripta manent, l'esperienza culturalmente più formativa di tutta la mia vita a Monaco.

 

Qui di seguito riporto l'introduzione che Giuseppe scrisse per la sua pagina web e l'ultima delle mie "polemiche" risposte...:-)))

 

Cos'è Umanesimo

di Giuseppe Scuto

Ar attesa di Giuseppe Scuto
Ar attesa di Giuseppe Scuto

Ha senso, oggi, porsi ancora domande sull'uomo, sul valore ed i limiti della sua esistenza, sulla progettualità che le è intrinseca, sulle responsabilità che l'accompagnano? Il frastuono degli eventi e delle informazioni che inondano la nostra quotidianità ci riduce paradossalmente, proprio nel nostro quotidiano confronto col mondo, a spettatori inerti. Esonerati dal doverci creare noi stessi le nostre immagini, le nostre opinioni, la nostra propria visione della realtà, essere utenti anziché agenti del sistema offre tutti i vantaggi propri dell'assenza di coscienza, ci dà accesso alla comodità dell'ingranaggio, il cui compito nel meccanismo è chiaro, ovvio, mai problematico.

 

Porsi delle domande significa invece accettare su di sé l'inquietudine della latitanza di una risposta. È ciò che ferma l'ingranaggio, ciò che chiede ragione del meccanismo. È perciò più rassicurante avere risposte, anziché domande. Soprattutto se le risposte sono esse stesse tranquillizzanti. E le risposte ufficiali ci dicono che siamo già nel mondo migliore possibile e che quel poco che rimane ancora da ritoccare è già all'attenzione di chi di dovere. Che, certo, esiste un progetto futuro per l'uomo, ma che purtroppo occorre raccordarlo alle proiezioni economiche. Che viviamo in una società superiore, basata sulla produttività, sull'efficienza e sull'adattamento. Così perfetta che in essa politica, pensiero e cultura sono degradati ad un ruolo amministrativo e privo di ogni slancio vitale, finalmente svuotati di ogni coinvolgimento emotivo.

 

In tali condizioni da post-histoire c'è un'impellente necessità di tornare a domandare. E, soprattutto, di tornare ad interrogarsi circa il proprio senso nel mondo, circa le proprie responsabilità nei confronti di se stessi, della propria società, della natura. Occorre riappropriarsi urgentemente di una propria linea di pensiero e ridivenire così agenti autonomi della storia. Umanesimo si propone di essere un luogo di confronto su questi temi. Un'officina in cui tutto ciò che può aiutare la ricerca di una identità dell'uomo odierno possa trovare spazio, essere discusso e meditato. La speranza è che questo progetto contribuisca alla crescita personale e collettiva di coloro che ne fanno uso, una crescita sempre più consapevole e scelta, attiva e responsabile.

 

Omisenamu

di Emilia Sonni Dolce

Der Engel di Giuseppe Scuto
Der Engel di Giuseppe Scuto

Torno, imperterrita, alle mie critiche alla parola umanesimo, per andare ancora oltre.

 

Ma prima voglio chiarire una cosa: se non avessi capito a fondo che cosa si vuole intendere per umanesimo non sarei qui a fare questi discorsi e a tentare di smuovere una stasi con lo scandalo di questioni senza risposta. So così bene cosa si intende qui per umanesimo, che addirittura cito le parole del manifesto di Giuseppe, ricordate anche da Loredana La Pace, per farle mie:

“Porsi delle domande significa accettare su di sé l’inquietudine della latitanza di una risposta”.

 

Esattamente quello che io ho cercato di fare. Ho criticato la parola umanesimo come inesatta, portatrice di una verità non fallace ma parziale perché pensata da un solo soggetto rispetto ai due e ai molti che vorrebbe comprendere: “umanesimo universale” concepito ed elaborato solo da uomini, bianchi, europei, rispetto all’umanità variegata per sesso, cultura e colore che vorrebbe rappresentare.

Non è una questione femminista, è una questione di significato. Non è un “modello culturale maschilista” quello che riflette e che lo rende inesatto, è un modello culturale “parziale”, laddove si pretende di esprimere l’universale.

Riflettiamo bene su questa questione, e “accettiamo su di noi l’inquietudine della latitanza di una risposta”.

 

Ma c’è un altro motivo per cui questo nome mi rende perplessa.

Umanesimo pone al centro della speculazione le cosiddette “scienze umane”, filosofia in primis, privilegiandole rispetto alle cosiddette “scienze logiche”. Questa divisione parte da una dicotomia di fondo: la cesura, all’origine del nostro sapere, tra spirito e materia. Ciò che indaga lo spirito è “scienza umana” e si distingue da quella, difficilmente definibile con una sola parola, che indaga la materia.

Mi sento soffocare, sento fare a pezzetti qualcosa che vivo e intuisco profondamente unito.

Penso che l’unico strumento di conoscenza che ho, ma è anche l’unico strumento a disposizione di qualsiasi filosofo o teologo, da Parmenide a Heidegger, è un corpo di carne e sangue, un corpo che si nutre ed elimina le scorie, un corpo imperfetto, che percepisce la realtà ed il suo essere attraverso agglomerati di cellule. Il contatto con la realtà, con gli altri, con i sogni, con le teorie, con il pensiero, lo spirito, la preghiere ed il concetto stesso di Dio, il contatto con l’infinito, avviene attraverso questo nostro, imperfetto, corruttibile corpo. Indagato dalla biologia, dalla chimica: scienze “non umane”? ma cos’è allora l’umano? L’astrazione? Ciò che ci porta lontano dal nostro corpo? Ciò che ci spinge non ad indagare, ma a mettere da parte, le nostre pulsioni? Un corpo mortificato, svilito o nel migliore dei casi ignorato, dalla nostra cultura “umanistica”.

 

E allora torno a dare scandalo. Io sono donna, portatrice di un corpo definito peccaminoso anche dal nostro luminoso umanesimo, un corpo biologico, sottoposto a cicli mensili come la luna, legato alla natura, alla materia, al sangue e alla fertilità. Sono donna soggetta agli sbalzi d’umore causati da un ciclo mestruale, a tristezze profonde che hanno origine da scompensi ormonali, lacrime puerperali e chi più ne ha più ne metta. Un universo di questioni relegate a “meccanismi biologici”, non degni di essere indagati dalle “scienze umane”.

 

Uno degli scrittori che io amo di più, Luigi Pirandello, nei Sei personaggi in cerca di autore parla così della Madre:

“C’è un personaggio, quello della Madre, a cui invece non importa affatto aver vita, considerato l’aver vita come fine a sé stesso. Non ha il minimo dubbio, lei, di non esser già viva; né le è mai passato per la mente di domandarsi come e perché, in che modo, lo sia.

 

Infatti la sua parte di Madre non comporta per sé stessa, nella sua “naturalità”, movimenti spirituali; ed ella non vive come spirito; vive in una continuità di sentimento che non ha mai soluzione, e perciò non può acquistare coscienza della sua vita.”

La Madre di Pirandello è la Madre per eccellenza della nostra cultura umanistica: è madre, quindi non è spirito. Tant’è vero che la vera madre spirituale per eccellenza, la Madonna, è donna distaccata dalla sua corporeità.

 

Ma io sono donna, ed il mio corpo di donna ha partorito due figli.

Ebbene, mai nella mia vita, vi è stata un’esperienza di tale totalità: corpo, intelletto, anima, cervello, spirito, erano un tutto unico in quei momenti di incontro con la vita, con la conoscenza, con il divino.

La potenza divina di un corpo di donna. Che non è materia, che non è spirito. Che è tutto.

 

Lo scandalo, il dubbio disgregatore che irrompe in concetti ordinati, in una cultura precisa: umano, non umano. Maschile, femminile. Tutto chiaro, tutto definito.

Ma ecco che l’esperienza del parto sconvolge questo quadro d’ordine e mette tutto in discussione.

Non perché la mia sia un’esperienza unica o diversa. Ma perché è avvenuta oggi. In un momento del tempo in cui le categorie acquisite si rivelano non fallaci ma parziali.

Da cui la necessità di ridiscutere tutto, di non dare niente per scontato.

 

Per questo le mie critiche ad umanesimo sono un problema di significato, non di banale rivendicazione emancipazionista e neanche di filosofia della differenza. È il mondo che va ripensato, non il ruolo delle donne.

Anche se per farlo si parte dallo scandalo di un corpo di donna.

Faccio mie le parole di Miranda Alberti:

“Riaffermiamo il valore della dignità di uomini e donne nei confronti di un sistema culturale di sottomissione della ragione al dogma”.

 

La questione che ho posto non si risolve con I dogmi, ma con uno sforzo di pensiero. Nuovo. Originale.

Chiunque mi risponda, non lo faccia riallacciandosi ad altri, lo faccia partendo dallo scandalo di un pensiero elaborato dalla propria esperienza. Dallo scandalo di un corpo che pensa come respira.

 

Al termine di una delle nostre appassionate discussioni di redazione, Loredana La Pace ha fatto una considerazione che mi ha colpito e che voglio riproporre: “Forse è vero che umanesimo è una parola vecchia, ma la stiamo riempiendo di contenuti nuovi”

È verissimo. Ecco perché mi trovo così bene in questo Umanesimo, abissalmente diverso da quello stantio e polveroso che a scuola ci faceva addormentare.

 

E magari scritto all’incontrario.