2002 - Lettera a Roberto Benigni

Ho scritto questa lettera nel 2002, sull'onda delle riflessioni cui mi ha portato la visione del film "La vita è bella". Questo scritto è stato poi inserito nella prima edizione de "I quaderni di scripta manent", tutt'ora disponibile presso la Stadbibliothek di Monaco. Dopo aver visto le due serate sui dieci comandamenti, mi sono tornate in mente  e sono stata piacevolmente colpita dalle affinità tra quanto detto da Benigni e quanto io avevo scritto allora. Quasi un'intuizione del percorso di conoscenza che lui poi avrebbe fatto. Ma non mi attribuisco particolari meriti. Ho avuto la possibilità, preparando una serata su Benigni per la rassegna "Registi protagonisti" organizzata dal Circolo Cento Fiori, di studiare attentamente tutta la sua produzione; a quel punto è stata una conseguenza logica fare determinate considerazioni. La coerenza di tutta la produzione di Benigni è estrema, al di là della sua apparente eterogeneità...

Caro Roberto,

 

scusi la familiarità, ma non riesco a scriverle in modo troppo formale, dato che lei stesso a questa familiarità ci ha abituati, con il suo modo di fare poesia.

Lo scopo di questa mia lettera è di suggerirle un’idea: quella di fare un film sulla vita di Gesù.

 

Non è una cosa facile cercare di spiegarle perché, ma ci proverò.

 

Uno degli avvenimenti più importanti della mia vita è stato quando, avevo circa 15 anni, ho scoperto queste parole di Gesù nella lettera di San Paolo ai Romani, paragrafo 13, versetti 8/10:

 

“Non siate debitori di nulla a nessuno, fuorché dell’amore scambievole, perché chi ama il prossimo, ha adempiuto la legge. Infatti i comandamenti non commettere adulterio, non ammazzare, non rubare, non desiderare e tutti gli altri, si compendiano in queste parole: ama il prossimo tuo come te stesso . L’amore non fa del male al prossimo. Il compimento della legge è dunque l’amore”.

 

“Come” te stesso e non “più“ di te stesso e tantomeno „a scapito“ di te stesso.

 

Ma allora, ho pensato, è lecito e buono volersi bene e desiderare la felicità per se stessi anche in “questo” mondo, anzi, è necessario amare se stessi per poter amare gli altri…era come aver trovato una chiave per tutte le relazioni umane. Sono rimasta emozionata, commossa e affascinata da questo concetto così semplice e così rivoluzionario.

Successivamente ho anche scoperto che il passo di San Paolo è una citazione ed un ampliamento dell’Antico Testamento, in particolare di Levitico, 19-18, e che quindi questo concetto di amore per se stessi come condizione dell’amore per gli altri appartiene alla tradizione culturale di tutte e tre le grandi religioni monoteiste, ma questa cosa ha tali e grandi implicazioni che non provo nemmeno a sfiorare l’argomento.

 

Tornando alla figura di Gesù, alla luce di queste parole è logico allora pensare che anche Gesú amasse se stesso e in effetti se leggiamo bene sono i vangeli stessi a confermarlo, perché ci dicono che Gesú amava mangiare e chiacchierare, era curioso, se ne andava in giro tutto il giorno, sulla spiaggia, sull’acqua…ed era anche piuttosto vanitoso (come Guido suo padre, tra l’altro)…Allora ho provato a immaginare un Gesú che fosse anche allegro, sorridente, spiritoso, che guardasse le donne…un Gesú divertente e non noioso e ipocrita come i farisei…un Gesù vivo insomma, umano e ricco di tutti i sentimenti umani, dall’allegria alla tristezza e allo sgomento di fronte alla morte.

 

Non riesco a pensare a nessun altro se non a lei che possa capire e rappresentare tutto questo, perché ci vorrebbe la cultura, il rispetto, l’umiltà delle sue lezioni su Dante (e l’operazione sarebbe simile, in un certo senso) e la capacità di parlare d’amore de “La vita è bella”. Perché questo film è una delle prime storie d’amore della nostra cultura e per questo è un capolavoro.

 

Sembra eccessivo? Perché, mi si potrebbe replicare, è una novità parlare d’amore?…sono secoli che se ne parla in tutti modi…nella letteratura, nella musica…in tutti i paesi del mondo…

 

Invece no, non è vero. Leggendo e approfondendo lo studio della letteratura, la mia impressione è che in realtà non si sia mai parlato d’amore quanto della negazione dell’amore, del desiderio irrealizzato, di un bisogno disperato di qualcosa di impossibile da concretizzare perché non ne esistevano i presupposti storici. Perché l’amore è interazione di due soggetti, è scambio e modificazione reciproca, è cambiamento e rivoluzione.

 

Ma come poteva essere possibile tutto questo se non esistevano “due” soggetti ma solo uno che pensava e determinava l’altro? Come poteva esserci relazione tra due se l’una dei due non aveva parola? Se il suo corpo era visto solo come un accidente necessario ad una riproduzione patrilineare? Come poteva esserci amore e scambio se veniva negata la legittimità dell’elemento determinante dell’amore, la sessualità? Come si poteva parlare d’amore se dell’amore veniva negata la dignità, la stessa appartenenza alla sfera delle “cose importanti”?

 

Infatti non era possibile, così in tutte le opere dei più grandi artisti che hanno parlato d’amore, a cominciare da Dante, c’è una grande, profonda, immensa tristezza per quest’amore negato, l’ansia e l’insoddisfazione di aspirare a qualcosa che la storia non “riconosce”.

 

Si può dire che Dante sia ricorso a tutti i “trucchi” possibili per dare legittimità ai propri sentimenti, cantando l’amore per una donna idealizzata, che poteva essere fonte di sapere e di salvezza, ma a patto di essere tragicamente strappata al suo essere di carne, a quell’altro corpo di donna con cui egli viveva altrove la sua sessualità, per altro ricca e sana, e tutte e due distaccate ancora dalla donna con cui fare figli…tre fantasmi di donna, che si potevano adorare purché restassero separate.

 

Ci insegnano a scuola e nelle università che quello che voleva Dante però non era “parlare d’amore”ma esporre la sua concezione del mondo, elaborare un suo sistema filosofico e teologico. Ed è vero, naturalmente. In Dante, uomo del suo tempo, pensatore inquieto, sperimentatore, uomo colto e lettore accanito, c’è tutto questo, ma nel suo meraviglioso cantare la sua concezione del mondo c’è anche questa geniale e dilagante tristezza che gli empie il cuore e l’anima per qualcosa che non sa nemmeno di poter desiderare. Di cui lui fa ciò che fa con tutto quel che tocca: la trasforma in poesia.

 

La negazione dell’amore in Dante è la più stupefacente che si possa trovare nell’arte ma io l’ho trovata ovunque nelle più appassionate, amate e disordinate letture della mia vita, fino a che non ho trovato, per la prima volta, nel suo film, una vera, autentica storia d’amore: tra due soggetti, tra due persone che si scambiano pezzi di vita, che si guardano e si parlano, che desiderano far l’amore, che fanno l’amore, che vivono insieme e da questa vita nasce un figlio, amato di uno stesso amore nuovo, che è rispetto per l’altro quando non vuoi che l’altro sia uguale a te stesso.

 

Io credo che lei sia riuscito a fare questo film perché la storia glielo ha permesso, perché lei è nato in un tempo che ha dato parola e, quindi dignità di esistenza, alla differenza tra uomini e donne, che ha preteso l’autonomia di un altro soggetto oltre a quello maschile, e che quindi ha potuto finalmente pensare a un essere fatto di due e della possibilità di relazione tra questi due.

 

Un tempo che può permettersi di parlare d’amore.

 

Forse solo pochi anni fa sarebbe stato impossibile anche soltanto pensarla questa storia, ma oggi per fortuna si può, lei l’ha fatto con tutto se stesso e noi abbiamo avuto  la fortuna di goderci questa cosa bella.

 

Per questo, da quando ho visto il suo film la prima volta, ho pensato a come sarebbe bello vedere Gesù con la sua faccia e sentirgli dire che il compimento della legge è l’amore, senza pulpiti e toni solenni, ma con l’incanto delle risate e delle lacrime.

 

Un Gesù che ci regala amore e speranza come Guido Orefice regala la vita a suo figlio, un Gesù pieno di difetti e di dubbi, di entusiasmi e di angosce ma anche di infinito, immenso amore per tutti.

 

Ecco qui, ci ho provato e non so se ci sono riuscita, ma non potevo fare a meno di scriverla, questa lettera, per farla partecipe di questo mio sogno e ringraziarla di dare parola, o forse musica, a quello che prima non l’aveva.

 

Grazie

Emilia Sonni Dolce