Quando non sai che cos'è...

... allora è jazz.

C'è qualcosa al mondo che non sia veramente interessante, se incontriamo qualcuno che ce lo faccia conoscere a fondo? Nella mia esperienza no. Questo è avvenuto per cose anche banali, figuriamoci per quell'universo parallelo che si chiama musica, di cui noi comuni mortali, nati senza quelle doti che rendono i musicisti alieni e divini al tempo stesso, possiamo solo godere ascoltandola, senza viverla nel nostro sangue, nella nostra bocca o nelle nostre mani. Sigh. 

 

Ma goderne possiamo, questo sì, e ricavarne sempre nuovi incanti, per fortuna. Ho sempre nelle orecchie e nel cuore la voce di Alberto Lionello, grande interprete di Oblomov, il personaggio di Vladimir Gonciarov da cui fu tratto uno sceneggiato (allora si chiamava così...) che non era niente di eccezionale, ma che Lionello sublimava con la sua bravura. Le parole di Gonciarov, alla domanda "Qual è la musica che le piace di più?", erano queste: 

 

"E' difficile rispondere a questa domanda! Mi piace tutta! A volte ascolto con piacere un organetto sfiatato, un motivo che mi è rimasto nella memoria; oppure mi capita di lasciare il teatro a metà di un'opera; può esssere Meyerbeer a commuovermi, o magari un canto di barcaioli; dipende dall'umore! Certe volte, anche Mozart mi fa tappare gli orecchi.".

 

Ho sempre pensato che non esistono parole più vere per descrivere il mio rapporto con la musica: sono capace di emozionarmi e di fare riflessioni profonde per me e per la mia vita con Schoenberg come con Battisti, con Verdi come con Eric Clapton,   con Mozart come con De Sica che canta Parlami d'amore Mariù. Ma anche con i Modà e i Green Day, la musica latina, il tango che carezza il cuore e chi più ne ha più ne metta.

 

Però avevo un difficile rapporto con il jazz. Ne capivo, ne ho sempre capito tutta la grandezza, ma non riuscivo ad entrarci, in questo mondo. Continuavo a sentirmene lontana. Finché è nata mia nipote Sarah. Che c'entra? C'entra perché il papà di Sarah è un musicista. Un musicista che mi incantò, la prima volta che lo sentii suonare e cantare, con Across the universe, lasciandomi attonita e con le lacrime agli occhi. E non era una cosa tanto scontata perché chi mi conosce sa quanto io adori i Beatles e sia diffidente verso qualsiasi versione dei loro brani che non fosse venuta da loro quattro. Ma lui mi incantò e continua a farlo tutt'oggi.

 

Per la nascita di Sarah, sono andata a Londra e ci sono rimasta per un mese. Ho cercato di stare da una parte, nei limiti del possibile del mio carattere invadente, e di non alterare il loro stile di vita. Così mio genero, che in questo periodo sta studiando il sax (lui è professore di clarinetto ma suona meravigliosamente anche la chitarra e il pianoforte) è stato libero di sentirsi, senza interferenze, tutto il jazz che voleva, in tutti gli stili. 

 

Sulle prime non ho capito perché, ma questa volta è scattato in me qualcosa di diverso. E' stato come quando si comincia a studiare una lingua e per la prima volta si realizza, ascoltandola, che ne stiamo capendo qualcosa. Si è aperta una porta su un mondo delle meraviglie. Non pretendo di capirci qualcosa, di spiegarmi meglio, so solo che ascoltare il jazz è diventato improvvisamente bello, arricchente, emozionante.

 

E allora... la mia mente ha cominciato a viaggiare ed è arrivata ad un inverno di tanto tempo fa... Erano gli anni Settanta ed io ero in tournée come attrice; per la prima volta nella mia vita avevo deciso di provare anch'io cosa voleva dire recitare, nonostante tutta la mia famiglia facesse di tutto per dissuadermi (e forse proprio per quello...)

 

Durante quella tournée conobbi  un uomo tanto insopportabile quanto  affascinante che dopo qualche prima, tempestosa, litigata, divenne uno dei miei più grandi amici. Era un giovane attore anche lui alle prime armi come me e per la maggior parte del tempo vagavamo in macchina da una città all'altra, da un teatro all'altro. Qualche volta capitava  che trovassimo un ristorante dove c'era anche un gruppo che suonava e  allora lui prendeva il microfono e cantava con loro.

 

Qualcosa cambiava nell'atmosfera del locale. Finivamo per ritrovarci tutti in un altro tempo, in un altro mondo, perché lui cantava quasi tutti vecchi classici americani, magari non attuali ma tanto, tanto magici...

 

Sono andata a cercare un foglio che conservo ancora, un foglio di quaderno quasi trasparente ormai, dove lui mi scrisse la traduzione di una delle sue canzoni preferite: I get along without you very well. E' stato come risentire la sua voce, e così ho capito. Ho capito che ad aprirmi per primo la porta di quel mondo strano, difficile, ostico quanto strepitoso, era stato proprio lui.

 

Siamo ancora in contatto e siamo ancora grandi amici, anche se ci sentiamo saltuariamente e solo via Internet, così ho avuto l'idea di scrivergli e chiedergli di registrami quella canzone. La risposta mi è arrivata nel giro di poche ore e mi ha incantata come allora, meglio di allora. La sua voce è diventata un po' diversa negli anni, ma il suo modo di cantare è ancora più coinvolgente e profondo, tanto che per qualche minuto ho vissuto anch'io nella sua musica e nella sua storia.

 

Ecco perché ho deciso di raccontarvi la sua storia e di farvelo ascoltare, perché quando le cose sono così belle bisogna condividerle, non si possono tenere solo per sé.

 

Buon ascolto.