In queste pagine troverete articoli e interviste della mia nuova fase "romana".
Comincio con questo articolo, scritto durante uno stage di due mesi presso una società romana, dove ho avuto modo di frequentare dei corsi di formazione che mi hanno dato molti spunti di riflessione.
Spero di avere la possibilità, in futuro, di tornare ancora su questi temi.
Ho avuto occasione, nel novembre del 2010, di assistere ad un seminario molto interessante tenuto da Giuseppe Monti sulle “strategie non violente” applicate al mondo del management.
Come un lettore che leggendo ruba il libro a chi lo ha scritto e se ne appropria, anche stravolgendolo, vorrei rubare anch’io un concetto da quel seminario , e cioè il concetto di “vincere senza competere”.
In senso più generale direi che oggi “vincere senza competere” sia, più che una strategia, una necessità.
Se nel “passato” (uso volutamente un termine tanto generico), possiamo dire che la strategia di sopravvivenza più forte ed efficace fosse quella della sopraffazione del nemico sia in termini politici che economici, lo sviluppo della globalizzazione ha creato una rete tale di interdipendenze, che è diventato quasi impossibile combattere e vincere contro qualcuno senza contemporaneamente essere danneggiati dalla propria vittoria.
Quindi dialogo, compromesso e collaborazione non sono più una scelta ideale quasi sempre avulsa dal proprio interesse, ma l’unica strada percorribile. Anche nel campo del management sono analogamente cambiati i termini e i parametri di valutazione: dagli yuppies, gli squali reaganiani degli anni Ottanta, che facevano dell’inflessibilità e dell’assenza di scrupoli la loro bandiera, siamo passati a scuole manageriali dove non si insegna più a “dirigere”, ma a “coordinare”, anche se questo passaggio si rivela spesso tutt’altro che facile.
Trasportando ora questo concetto dal macrocosmo al microcosmo e più precisamente all’interno di un’azienda, la competizione diretta tra i dipendenti, cara ad un concetto patriarcale che “premia i più bravi”, si rivela completamente inadeguata. Come si può far funzionare un team, nel momento in cui tutti sono in guerra gli uni con gli altri? Ma se il lavoro di team non c’è chi ci rimette è l’azienda e la sua forza nel mercato, con conseguente danno per i dipendenti stessi dell’azienda.
La mia risposta è che un team funziona non se tutti competono con gli altri, ma se competono con se stessi, non se tutti fanno a gara a chi fa meglio la stessa cosa, ma se ognuno dà tutto se stesso per fare ciò che fa sempre meglio, sempre più velocemente, sempre più efficacemente.
Vincere contro se stessi crea autostima, sicurezza e consapevolezza. Un dirigente che pone anche ai componenti di un team obiettivi diversi per ogni soggetto, ma sempre più alti e più impegnativi, lo mette in una posizione di sfida con se stesso e dà ai propri collaboratori la possibilità di far crescere in loro soddisfazione, autostima e sicurezza di sé.
E di trasformare il rosso sangue delle acque in cui nuotano gli squali, in un limpido blu.